Il contrario di buonista e' pezzo di merda.

Uriel Fanelli
La religione del legacy
La religione del legacy

Quando andate a vivere altrove, inevitabilmente vi scontrate con le parti più apprezzabili di una cultura diversa. Quelle che vi fanno dire “ah, però”, quelle che vi riconciliano per qualche minuto con l’idea che il mondo non sia soltanto una collezione di abitudini sbagliate. Ma, con la stessa inevitabilità, vi troverete anche ad avere a che fare con le parti che vi infastidiscono, che vi grattano addosso, che non riuscite a digerire subito.

Il problema è che non sempre si tratta di un impatto vero e proprio. Non è sempre lo shock culturale da manuale, quello riconoscibile, narrabile, quasi comodo: arrivate, vedete una cosa diversissima, rimanete interdetti, poi col tempo la capite oppure decidete che non fa per voi. Molto più spesso è un attrito. Una cosa meno spettacolare, meno cinematografica, ma molto più persistente.

È quel genere di attrito che non vi travolge, però vi consuma. Non vi impedisce di vivere, però vi produce malessere. Non è abbastanza grande da meritare una lamentela ufficiale, ma è abbastanza continuo da rovinarvi l’umore. Almeno sino a quando non imparate a rielaborare il problema, e individuare la fonte del fastidio.

Se vi muovete a lavorare nel Nord Europa, vi scontrerete abbastanza presto con la cultura del legacy. E conviene chiarire subito una cosa, perché altrimenti sembra il solito luogo comune sull’arretratezza, e non è questo il punto.

I nordeuropei sono grandissimi consumatori di novità, specialmente quando si tratta di tecnologie da adottare individualmente. Il nuovo telefono, il nuovo servizio digitale, la nuova app, il nuovo modo di pagare, il nuovo aggeggio da mettere in casa: su questo terreno non sono affatto conservatori. Anzi, spesso arrivano prima, adottano in massa, normalizzano in fretta. Da questo punto di vista possono sembrare persino più moderni di altri paesi europei, e in molti casi lo sono davvero.

Il loro problema non e' aderire al nuovo. Sono apertissimi. Il problema viene quando chiedi di abbandonare il vecchio. 

Sono , diciamo,  tra i più resistenti quando si tratta di uscire dal mondo legacy, cioè quando non si parla più della tecnologia che il singolo può comprare, installare, provare e poi eventualmente buttare via, ma del passaggio strutturale dalla tecnologia X alla tecnologia Y. Quando bisogna migrare sistemi, cambiare processi, riscrivere procedure, abbandonare infrastrutture che “hanno sempre funzionato”, allora la faccenda cambia completamente.

Lì emerge un’altra cultura. Una cultura che non rifiuta la novità in quanto tale, ma diffida profondamente della sostituzione. Accetta volentieri il nuovo quando si aggiunge al vecchio, molto meno quando pretende di pensionarlo. Il risultato è che il legacy non viene percepito come un problema da risolvere, ma come una specie di patrimonio da amministrare. Qualcosa che magari è scomodo, magari è costoso, magari richiede persone che ormai conoscono soltanto quel sistema e nessun altro, ma che proprio per questo viene trattato con una reverenza quasi religiosa.

E questo si riflette moltissimo in ambito lavorativo, e spesso anche economico. Nel lavoro significa aziende che adottano strumenti modernissimi in superficie, ma che sotto continuano a girare su procedure vecchie di vent’anni. Significa interfacce nuove sopra database antichi, dashboard eleganti sopra processi manuali, riunioni piene di parole come “innovation” e “digital transformation” mentre da qualche parte, nel sottosuolo dell’organizzazione, sopravvive ancora il sistema che nessuno osa toccare perché “se si rompe, poi chi lo aggiusta?”.

Sul piano economico, poi, questa resistenza diventa ancora più interessante. Perché il legacy non è soltanto una scelta tecnica: è un costo, un vincolo, una forma di dipendenza. Mantiene vivi fornitori, consulenti, reparti, certificazioni, contratti e paure. Crea interi ecosistemi attorno alla necessità di non cambiare troppo. E quindi, alla fine, quella che dall’esterno sembra prudenza tecnologica diventa anche una struttura di potere: chi conosce il vecchio sistema diventa indispensabile, chi propone di cambiarlo diventa pericoloso.

Immaginate di avere un meeting sul lavoro. Uno di quei meeting tecnici che, sulla carta, dovrebbero servire a decidere se adottare un nuovo software, ma che in realtà diventano una seduta spiritica per evocare tutti i fantasmi dell’infrastruttura aziendale.

Funziona più o meno così.

— Ci serve un nuovo software XYZ.

— Aspetta, in che senso? Se leggi le pagine oscure del manuale, quelle che trovi nel frigo vicino al demone assiro, scopri che potremmo fare la stessa cosa anche col software attuale.

— Il software attuale è un pezzo di ossidiana scolpito a mano.

— E allora? Funziona bene. Non avrai mica creduto a questa bolla, questa moda del “bronzo”, vero? Hai qualcosa contro la pietra?

— No, ma il problema è che il nuovo XYZ ci consente di fare cose incredibili, tipo cliccare con il mouse.

— Puoi farlo anche con l’ossidiana. Ci sono manuali scritti sui muri di una grotta a Wuppertal, dove spiegano come colpire un ratto con l’ossidiana. Funziona benissimo. È documentato.

— Sì, ma noi siamo un dipartimento IT, e dovremmo usare i computer.

— Ma i computer contengono metallo. Stai parlando di età del ferro, come minimo. Cos’hai contro la pietra? È affidabile, è stabile, e soprattutto tutti i nostri fornitori sono già abituati.

— Capisco, ma questa è un’azienda che fornisce servizi IT. Possiamo almeno discutere della documentazione?

— Sì — risponde l’Hans di turno, quello che legge la documentazione tutta, ma proprio tutta, compresi i numeri di pagina, le note legali e il toner usato per stamparla — non vedo dove spiega come uccidere un alce. Questa funzione manca.

— Ehm... non uccidiamo proprio proprio alci. Questo sarebbe un componente di tipo fintech.

— Ma noi non abbiamo bisogno di fintech. Semmai, abbiamo bisogno di più fuoco. Il fuoco è il futuro dell’IT. È un’invenzione geniale! Hai mai letto il manuale? Ci puoi fare un sacco di cose.

E le discussioni procedono in questo modo. Non per cinque minuti, che sarebbe ancora umano. Procedono così per ore, con una serietà sacerdotale, sino a quando un collega esperto in NordEuropeManagement trova finalmente l’argomento giusto. Non quello tecnico, ovviamente. Quello tecnico non serve a nulla. Quello tecnico viene sempre digerito, rimasticato, contestualizzato, sottoposto a workshop, e infine sepolto sotto un documento Confluence intitolato “Evaluation of Possible Future-Oriented Options”.

L’argomento giusto è un altro.

— Scusate, mi spiace interrompere la discussione tecnica, ma il problema è regolatorio. Il regolamento comunale di Bielefeld sui quaternioni impone che dal 2027 le alci si uccidano con il fintech.

A quel punto cala il silenzio. Non perché qualcuno abbia capito qualcosa sui quaternioni, sulle alci o sul fintech. Ma perché è comparsa la parola magica: regolatorio. E nel Nord Europa, quando qualcosa diventa regolatorio, cessa di essere una decisione e diventa una forma di meteorologia. Non si discute la pioggia. Si compra l’ombrello.

— Ma noi come facciamo a mantenere la nostra ossidiana? Bisogna trovare un trade-off, che ci consenta di fare il fintech obbligatorio ma anche tenere la nostra amata ossidiana.

Ed ecco che entra in scena Fritz, “l’architetto”. Le virgolette sono obbligatorie, perché l’architetto aziendale non costruisce edifici, non progetta cattedrali, non risolve problemi. Produce diagrammi in cui ogni problema viene trasformato in sette problemi più piccoli, collegati da frecce con nomi inglesi.

— Nessun problema — dice Fritz — possiamo passare a un’architettura multicloud zscaler edge computing con API gateway e dentro l’AI, e ottenere anche il fintech con l’ossidiana. Nell’ossidiana ci volete anche un retrogusto di mainframe a valvole, tipo BESM-6?

A quel punto tutti si rasserenano. La pietra è salva. Il regolatore è soddisfatto. Il fintech è nominalmente presente. L’alce, se mai è esistita, verrà uccisa da un processo ibrido, asincrono, compliant, certificato ISO, con audit trail e forse una dashboard.

— Che gli dèi del legacy siano con te, fratello “architetto”.

Con questo non voglio certo dire che i nordeuropei siano arretrati, o che siano ostili all’innovazione. Sarebbe una sciocchezza, e anche una sciocchezza abbastanza facile da smentire. Voglio dire una cosa diversa: sono terribilmente affascinati da “quello che funziona già”. Da ciò che è lì, installato, documentato, certificato, approvato, ammortizzato, accettato dai fornitori, digerito dai reparti, sopravvissuto agli audit e, soprattutto, ancora capace di non prendere fuoco ogni martedì mattina.

Il problema è che questa fascinazione diventa facilmente una forma di culto. Non cambiano a meno che il sistema esistente non stia causando l’apocalisse, e anche in quel caso prima vogliono vedere almeno tre cavalieri su quattro, il verbale della riunione precedente e una valutazione del rischio firmata da qualcuno con un cognome molto lungo. Difendono con le unghie e con i denti ciò che già esiste, perché non vedono quasi mai il problema di cambiare quello che “funziona”.

Anzi: spesso la domanda implicita è proprio questa. Perché cambiare una cosa che funziona?

E apparentemente sembra una domanda ragionevole. Sembra prudenza. Sembra buon senso. Sembra quella saggezza protestante e amministrativa per cui non si butta via nulla, nemmeno un processo COBOL scritto quando Helmut Kohl aveva ancora dei sogni. Il guaio è che questa mentalità, se da un lato produce sistemi che funzionano sempre, dall’altro si scontra con la realtà. E la realtà, come al solito, ha modi molto poco gentili di spiegarsi.

- No, un sistema che funziona lentamente non “funziona”. Il fatto che non ti esploda in mano il cellulare non è tutta questa grande notizia, se per mandare una email impieghi tre giorni, cinque approvazioni, due PDF stampati e una telefonata a un reparto che risponde solo il mercoledì tra le 10:15 e le 10:40. Fidonet funzionava molto bene. Era robusta, era geniale per il suo tempo, aveva una sua eleganza tecnica e sociale. Ma non la userei oggi per gestire le comunicazioni di un’azienda moderna. Non perché Fidonet fosse “sbagliata”, ma perché il mondo intorno è cambiato. E quando il mondo cambia, anche una cosa che funziona può diventare un ostacolo.

- No, il tuo sistema “non funziona” se qualcun altro ne ha uno che funziona meglio del tuo. Questa è la parte che spesso viene rimossa dalla discussione. Non viviamo in un museo della stabilità tecnica, dove ogni sistema viene valutato soltanto rispetto a sé stesso. Viviamo in un mondo basato sulla competizione, sull’innovazione, sul confronto continuo tra esperienze diverse. Il solo fatto che il tuo sistema non causi invasioni di locuste non cambia il fatto che il pubblico lo confronterà con sistemi migliori, più rapidi, più semplici, più comprensibili. E quando il cliente ha visto che altrove una cosa si può fare in trenta secondi, non gli interessa sapere che da te la stessa cosa richiede quattro giorni ma è “molto affidabile”. Anche il granito è affidabile. Però non ci fai una chat.

- No, il tuo sistema non funziona se non rientra nello stile di vita dei tuoi clienti. E lo stile di vita dei clienti sta diventando sempre più “in tempo reale”. Non necessariamente perché la gente non abbia più tempo. Spesso il tempo ce l’ha. Il punto è che non vuole più perderlo. Non vuole più perderlo a riempire il tuo questionario, a scrivere per la quinta volta dati che hai già, a telefonare per confermare una cosa che il tuo sistema potrebbe sapere da solo, a stampare un modulo per poi fotografarlo e ricaricarlo in un portale che finge di essere digitale ma in realtà è una stampante travestita da sito web.

Questa è la frattura vera. Da una parte c’è l’idea che “funziona” significhi “non si rompe”. Dall’altra c’è il mondo reale, in cui “funziona” significa anche che è veloce, competitivo, comodo, integrato nella vita delle persone e abbastanza intelligente da non trattare ogni utente come se fosse il primo mammifero appena uscito dall’acqua.

E qui il culto del legacy mostra il suo limite. Perché una cosa può essere stabile, affidabile, persino amata da chi la mantiene, e nello stesso tempo essere ormai inadatta. Può continuare a girare perfettamente, come una vecchia macchina a vapore lucidata ogni mattina, mentre tutto il resto del mondo ha già cambiato binario, carburante, velocità e destinazione.


E così abbiamo una frattura. Una frattura culturale, prima ancora che tecnologica.

Da un lato ci sono paesi figli della visione prussiana delle organizzazioni: strutture ordinate, procedure solide, responsabilità definite, catene di comando implicite, documentazione come sacramento laico. Paesi che adorano ciò che funziona già, perché ciò che funziona già ha superato la prova del tempo, degli audit, dei fornitori, dei regolamenti, dei budget e delle ferie di agosto. Al massimo lo rendono più veloce. Ma con cautela. A piccoli passi. Un refactoring ogni equinozio, una migrazione quando il vecchio sistema inizia a emettere fumo blu, un cambiamento quando proprio non c’è più modo di chiamarlo “continuità operativa”.

Dall’altro lato c’è un’Europa di estrazione ex sovietica, che ha un rapporto completamente diverso col passato. Lì il passato non è un patrimonio da amministrare: molto spesso è una cosa da cui scappare. È burocrazia grigia, infrastruttura marcia, telefoni che non funzionavano, uffici che sembravano caserme, code, timbri, sospetto, scarsità. E quindi il nuovo non viene visto come una minaccia alla stabilità, ma come una liberazione. Cambiare, aggiornare, digitalizzare, sostituire, rifare da capo: tutto questo diventa quasi un programma morale. Diventare sempre più moderni, introducendo sempre più novità, sempre più in fretta. Non per moda, ma perché il vecchio puzza ancora troppo di vecchio. E da quel punto di vista, la fascinazione nordeuropea per il legacy appare incomprensibile. Quasi patologica.

E poi, a sud, c’è un altro mondo ancora. Un mondo che conosce benissimo le parti meno evolute e meno avanzate, perché ci vive dentro, ci litiga ogni giorno, ci perde tempo, ci paga sopra tasse, marche da bollo, file, moduli, sportelli, portali pubblici progettati da qualcuno che evidentemente considera l’utente una forma minore di bestiame. Un mondo che odia quelle parti arretrate proprio perché le subisce, e che quindi sogna sistemi sempre più nuovi, sempre più avanzati, sempre più capaci di spazzare via il pantano. Anche quando poi, nella pratica, non sempre riesce a costruirli. Ma il desiderio è quello: uscire dal vecchio, non conservarlo in formalina.

Questo è l’attrito che provate quando arrivate qui.

Non è soltanto “i tedeschi sono lenti”, “gli olandesi sono pragmatici”, “gli scandinavi fanno tutto per consenso”, o altre frasette da guida turistica per manager con la giacca Patagonia. È qualcosa di più profondo. È il fatto che voi magari arrivate da una cultura dove il vecchio è spesso sinonimo di inefficienza, ingiustizia, furbizia, degrado o umiliazione quotidiana. E vi trovate davanti una cultura dove il vecchio, se funziona, viene invece trattato come una prova di virtù.

Voi vedete una catena. Loro vedono continuità.

Voi vedete un relitto. Loro vedono affidabilità.

Voi vedete un ostacolo. Loro vedono una cosa che, dopotutto, ieri ha funzionato, e quindi perché mai oggi dovrebbe essere trattata come un problema?

Ecco il punto. Non state litigando soltanto su un software, su un processo, su una migrazione, su un portale, su un database o su un pezzo di ossidiana ancora miracolosamente collegato a SAP. State litigando su cosa significhi “funzionare”. State litigando sul valore del passato. State litigando sul rapporto tra stabilità e futuro.

Sapevatelo.

Uriel FanelliDgar
Uriel Fanelli shared a note by Dgar Jun 1, 2026
A broken fortune cookie with the printed fortune unrolled reads: 
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Uriel FanelliUriel Fanelli  (on Aktor)

Aktor: Added Lua Filters for moderation.

The admin(s) can write lua programs processing messages, and  blocking or not whatever they want, based on body or metadata. Getting close to v1.0.0

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Uriel FanelliUriel Fanelli  (on Aktor)

Crazy german things I see in the streets.

Uriel Fanelli

Is reporting a post  still a thing in the fediverse?

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We have updated Flathub's LLM policy to explicitly disallow AI usage for both the submission process and applications being submitted.

github.com/flathub-infra/docum

I've had some reservations about it, so the wording before that commit was relatively milder. I know it's an unpopular opinion on the Fediverse, but I do think LLMs are inevitable, and the reality is that you can expect less organically grown code as time goes on. I believe it can be a useful tool in and outside FOSS; I hoped we will see a larger number of apps where authors made some effort beyond prompting an agent. Meanwhile, the number of unpleasant interactions I've had with entitled submitters acting as if they were bestowing their brilliant software upon us idiots who are rejecting it went through the roof in the last month. I'm tired.

As always, we are not applying this retroactively, so any vibecoded apps which were already published will remain available.

Uriel Fanellibrettezeleliquide

Dune Suisse : Shai-Hulud – le ver géant des neiges

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A new UN report accuses Israeli forces of abuses against Palestinian detainees. The report also documents hundreds of sexual violence cases linked to Russian forces in Ukraine. Both countries deny the allegations.

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Uriel FanelliUriel Fanelli  (on Aktor)
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