Age control for social?
Age control for social?
Age control for social?
Leggo in giro di questa idea bislacca di vietare i social network ai minori di sedici anni, perché si ritiene che i grandi social siano dannosi per la loro salute mentale. Onestamente, credo che sia vero. Anche perché esistono evidenze scientifiche in questo senso, e quindi c’è poco da avere “un’opinione”, come se stessimo discutendo del colore migliore per le tende del salotto. Se una cosa fa male, o mostra di fare male con una certa regolarità, il punto non è fingere che il problema non esista.
Non so se ci avete fatto caso, ma l’Occidente di oggi vive sotto una tirannia ideologica. E non si tratta di un -ismo, come il fascismo, il comunismo, il liberalismo, il socialismo, il capitalismo, il veganesimo armato o qualsiasi altra cosa finisca bene nei talk show del martedì sera. No, no. Troppo facile così. Se osservate i giornali, la sensazione arriva abbastanza in fretta. Ovunque c’è il dietologo. Il dietologo con la bilancia. Il dietologo con la patologia. Il dietologo con l’indice glicemico, il colesterolo, il metabolismo basale, la circonferenza addominale e quell’aria sacerdotale di chi non ti sta soltanto dicendo cosa mangiare, ma sta misurando la tua colpa in centimetri. Un tempo il dietologo, almeno formalmente, si occupava di dieta. Cioè di alimentazione. Uno andava lì, magari perché aveva un problema medico, magari perché voleva dimagrire, magari perché gli esami del sangue sembravano scritti da Lovecraft, e riceveva indicazioni su cosa mangiare, quanto mangiare, quando mangiare. Fin qui, tutto sommato, ci poteva anche stare.
Poiché Vannacci sta crescendo in visibilità — e qui conviene distinguere: il giornalista medio tende a confondere popolarità e visibilità, mentre qualsiasi analisi moderna delle interazioni sociali separa bene le due cose — si discute sempre più spesso della sua carriera. Alcuni lo chiamano “il generale incursore”, attribuendogli eroismi che nemmeno Cesare. Altri ricordano che, a un certo punto, venne mandato all’Istituto Geografico Militare di Firenze, cioè, nella vulgata, “a fare le mappe”, e ne deducono che forse non fosse questo prodigio professionale. Nella discussione entra anche l’inchiesta sulle spese del periodo moscovita, poi chiusa sul piano amministrativo senza responsabilità per dolo o colpa grave.
Si riflette poco sulla sconfitta statunitense nella guerra con l’Iran. O meglio: se ne riflette pochissimo, rispetto alle conseguenze telluriche che sta per produrre. Siamo già nel dominio delle conseguenze. E, checché ne dica Trump, gli Stati Uniti sono stati sconfitti.
E anche oggi finisce sulla mia timeline il solito che mi racconta di come alla fine Berlusconi abbia rovinato gli italiani, che le sue televisioni li hanno resi stupidi e ignoranti, e che ha rovinato la politica. Ok, ok. Oggi sono buono e mi arrendo. Cosi', facciamo un gioco. Adesso mi dite, DI PRECISO, cosa vi manca degli anni prima di Silvio. E quando dico di preciso, significa “di preciso”.
Questo continuo piagnisteo per l’Italia fuori dal Mondiale per l’ennesima volta, questa stravagante e inutile tristezza di gente che guarda i figli e dice: “Ma vi rendete conto che sono cresciuti senza mai tifare Italia ai Mondiali?”, sta cominciando, diciamolo, a darmi ai nervi.
Che il pensiero magico sia molto diffuso in politica non è certo una scoperta dell’ultima ora. Non c’è quindi nulla di cui stupirsi se, a intervalli regolari, saltano fuori parole o formule che non significano assolutamente niente, e tuttavia vengono trattate come se indicassero qualcosa di concreto. Il meccanismo è sempre lo stesso: si pronuncia un termine, lo si ripete abbastanza a lungo, e a quel punto tutti si comportano come se dietro ci fosse una realtà ben definita.
Essendo io il creatore della Teoria della Montagna di Merda, quando mi trovo a parlare di giustizia e ricevo in risposta onde telluriche di merda, non posso che provare a inquadrarle nella teoria. Perché, alla fine, esiste una retorica ricorrente: frasi prefabbricate che tornano sempre uguali. Ricorrenti, appunto. Non logiche.
L’assoluzione di Dassilva — frutto, in sostanza, di una tecnica d’indagine che consiste nello scrivere un romanzetto diffamatorio contro l’indagato e poi gridare: “Se è uno stronzo, allora sarà stato lui” — insieme a Garlasco e a molti altri casi di malagiustizia, sta cominciando a far emergere un elemento comune: la provincia.